Un antico filatoio

Storia di un antico filatoio a Grugliasco – parte 1

La nascita della fabbrica, intesa come luogo fisico in cui si concentrano macchine azionate da energia meccanica, manodopera addetta al loro funzionamento e capitali necessari alla produzione è certamente uno dei fattori che maggiormente ha contribuito a determinare lo sviluppo della città modena.

La presenza sul territorio di grandi opifici ha fatto sì che attorno ad essi, a partire dal secolo XVII, si organizzassero le vie di comunicazione, le abitazioni per i lavoratori espulsi dalle campagne, gli spazi per il commercio, in un processo di addizione, spesso confuso e disordinato , che ha dato origine alla città industriale e  alla sua morfologia.

Le origini di questo processo possono essere fatte risalire alla seconda metà del ‘600, quando in alcune zone d’Europa vengono realizzate i primi stabilimenti per la produzione della seta, di fatto i primi opifici della storia, superando il vecchio modello produttivo di tipo artigianale disperso a livello domestico sul territorio.

Presentiamo di seguito il caso del filatoio Colomba – Audifredi – Barbaroux di Grugliasco.

 La nascita del filatoio

Nel 1684 il banchiere Giuseppe Antonio Colomba, decurione della Città di Torino (di cui sarà anche Sindaco nel 1699)  chiede alla Comunità di Grugliasco il permesso di costruire un “edificio da filatore ossia molino da seta”, considerando che l’opera “fosse per apportare non poco avvantaggio [agli abitanti di Grugliasco] per la quantità delle persone che giornalmente si richiedono nell’impiego di simili edificij” collocando a tale scopo una ruota sulla bealera per potere, sfruttando la forza idrica, muovere le macchine necessarie alla produzione.

Il permesso veniva accordato dietro il pagamento di un canone annuo di tre doppie d’oro di Spagna.

Ma che cos’era un “filatore o molino da seta?”

Nell’economia agricola del tempo, l’allevamento del baco da seta si affiancava al tradizionale lavoro dei campi allo scopo di integrare i modesti redditi delle famiglie.

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Tornio Piemontese per la trattura della seta.
In Diderot e d’Alembert, Encyclopedie 1751-1772

I bachi venivano allevati nelle case e nelle cascine, tenuti al caldo e nutriti con foglie di gelso. Dopo che le larve si erano avvolte nei loro bozzoli, venivano poste in un forno e soffocate, e quindi messe in bacinelle di acqua calda per dipanare la fibra e costituire il filo.

Questa attività era detta trattura e veniva svolta perlopiù a livello domestico.
Seguiva quindi la torcitura, che consisteva nell’unire e ritorcere fra loro diversi fili allo scopo di ottenere una fibra continua e resistente in grado di essere poi tessuta e lavorata.

L’operazione avveniva con l’ausilio di particolari apparecchiature, i “torcitoi” sui quali venivano montate le matasse di seta grezza e dove, grazie al movimento rotatorio impresso alle varie parti della macchina da una ruota posta nell’alveo di un corso d’acqua, i fili venivano uniti fra loro e ritorti.

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Mulino da seta “alla Piemontese”, in Diderot e d’Alembert, Encyclopedie 1751 – 1772

Il primo filatoio ad acqua fu impiantato in Piemonte nel 1665 a Torino su iniziativa diretta del Duca Carlo Emanuele(1), ma bisogna aspettare più di un decennio perché se ne realizzino altri due;  quindi l’opera che il Colomba aveva in animo di realizzare aveva indubbi caratteri di novità, forse troppo se è vero che riuscì ad iniziarla solo dopo diciassette anni dalla sua richiesta, nel 1701.

Perché il Colomba decise di  impegnarsi in quest’opera?

Occorre spostare lo sguardo a quanto avveniva a quel tempo in Francia, e in particolare a Lione, che a partire dagli anni ’60 del seicento era diventata il principale centro d’Europa per la produzione di tessuti in seta.

Giocava un ruolo importante in questo sviluppo la spinta della domanda proveniente dalla corte di Luigi XIV, che richiedeva quantità sempre maggiori di tessuti sempre più raffinati e “alla moda”, ma anche per l’opera di stimolo all’industria francese attuata dal ministro delle finanze Colbert.

La tessitura lionese ebbe dunque una crescita tumultuosa che innescò una domanda senza precedenti di materia prima cui la produzione locale non riusciva a rispondere.

In particolare necessitavano grosse quantità di seta fine e di elevata qualità: il cosiddetto organzino (filato di qualità, ottenuto ritorcendo insieme solo due o tre fili di seta grezza), che doveva dunque venire importato dall’estero.

Sebbene i rapporti commerciali del Piemonte con l’area lionese fossero storici (già dalla fine del cinquecento buona parte della seta grezza e filata prodotta in Piemonte veniva venduta al di là delle Alpi), la seta prodotta a livello domestico con filatoi “a mano” era di scarsa qualità.

Per questo il governo sabaudo decise di attuare una radicale riforma dei sistemi di lavorazione.

Attraverso l’emanazione di norme precise vennero stabilite regole volte al miglioramento qualitativo della produzione: si prescrivevano le caratteristiche tecniche dei “fornelli” usati per il dipanamento della seta dai bozzoli, si definivano gli standard dimensionali del filato prodotto, si stabiliva che il personale addetto dovesse essere qualificato e registrato in appositi elenchi.

Per rendere efficaci queste norme venivano stabiliti dei controlli periodici (visite) effettuati da incaricati governativi.

Soprattutto si stabiliva (ed era una novità di rilievo anche dal punto di vista sociale) che le lavoranti non venissero più pagate a cottimo ma a giornata, questo per evitare che la necessità di produrre andasse a discapito della qualità.

Contemporaneamente si operò per migliorare la fase successiva alla filatura, la cosiddetta “torcitura”, nella quale i fili di seta grezza venivano uniti fra loro e ritorti per conferire al filato la resistenza necessaria alla successiva lavorazione.

Fino ad allora questa attività, svolta con filatoi a mano, non garantiva la necessaria qualità del filato oltre ad impiegare tempi lunghi di lavorazione.
Da tempo però erano attivi soprattutto in area emiliana filatoi meccanici, detti “mulini alla bolognese”.

Questi strumenti, realizzati interamente in legno, erano azionati da ruote che, poste nell’alveo di fiumi o canali, sfruttavano il moto prodotto dal corso dell’acqua e lo trasmettevano, mediante complessi ingranaggi, alle varie parti della macchina.

Fornivano un filato decisamente migliore per qualità e resistenza e soprattutto avevano una produttività superiore rispetto ai filatoi manuali.

Tuttavia la complessa tecnologia relativa alla costruzione e al funzionamento di questi “torcitoi” era un segreto gelosamente custodito dagli stati italiani su cui sorgevano, che infatti vietavano l’esportazione delle macchine e dei loro componenti, nonché l’emigrazione degli operai ad esse addetti.

Ciononostante il Duca Carlo Emanuele riusciva a fare in modo che un mastro filatore di Bologna – ma originario di Torino – Gian Francesco Galleani, espatriasse a Torino nel per impiantarvi il primo filatoio idraulico in borgo Dora nel 1667 cui faranno seguito nel decennio successivo altri due impianti a Caraglio e a Venaria.

Era l’inizio di un’attività manifatturiera che nel volgere di qualche anno avrebbe avuto un enorme espansione, mutando per sempre l’ambiente socio- economico della regione.

In Piemonte infatti l’impianto dei mulini ad acqua fu accompagnato da miglioramenti tecnologici che consentirono all’area piemontese di acquisire ben presto la leadership europea della produzione della seta.

In breve tempo la concentrazione delle diverse attività – allevamento dei bachi, filatura, torcitura – in zone ben determinate del territorio, il confluire in questi luoghi di lavoratori che, abbandonati i campi, prestavano la loro opera all’interno di opifici nei quali l’attività era scandita dal funzionamento delle macchine, il formarsi di maestranze specializzate nelle varie fasi produttive (non solo nelle operazioni di produzione della seta, ma anche nelle attività di costruzione e manutenzione dei macchinari), determinò la nascita del “sistema di fabbrica(2) , sistema che da allora e per i successivi tre secoli ha caratterizzato la produzione industriale.

filatoio-grugliasco-1Ma ritorniamo a Grugliasco, il cui territorio fu da subito coinvolto in questo precoce processo di “industrializzazione”.

Il progetto del Colomba, come già accennato,  riuscì però a tradursi in pratica solo nel 1701 quando acquista da Antonio Maurizio Valperga  “Palazzo, Cortile e giardino in s. Vito,” e due proprietà confinanti ed inizia ad erigere l’edificio del filatoio vicino al palazzo.

Contemporaneamente egli ottiene dalla Comunità il permesso di costruire un canale che partendo dalla Cappella della Madonna delle Grazie (3) , giunge all’erigendo filatoio, per poi confluire nuovamente nella bealera, in prossimità del “Palazzo Valperga”.

Il Palazzo, assieme alle due proprietà adiacenti viene dunque acquistato dal Colomba, che realizza un accorpamento funzionale al mutamento di destinazione d’uso.

Aveva così inizio una vicenda produttiva che sarebbe durata due secoli e avrebbe segnato in maniera profonda lo sviluppo territoriale ed economico di Grugliasco.

Tuttavia dopo appena sei anni, nel 1708, Il filatoio è posto all’asta da Giovanni Battista Colomba, “Aijutante di Camera di Madama Reale , uno de Eredi dell’ heredità del fu Giuseppe Antonio Colomba,”  e acquistato da Thomaso Paglietto, per  36.110 lire.

In questo periodo il filatoio contava quattro piante e in esso erano impiegati 80 lavoranti, si trattava dunque di un opificio di medie dimensioni se paragonato alla coeva realtà piemontese che già poteva vantare un numero di 125 filatoi con quasi 7000 persone impiegate.

Continua qui  Un antico filatoio – parte 2

NOTE

 


1 Cfr. G. Chicco L’industria della seta in Piemonte da metà del Seicento a metà ottocento  in Le Fabbriche magnifiche: la seta in provincia di Cuneo tra Seicento e Ottocento, Cuneo 1993

 

2 Cfr. C. Poni, All’origine del sistema di fabbrica: tecnologia e organizzazione produttiva dei mulini da seta nell’Italia Settentrionale (sec.XVII-XVIII) in “Rivista Storica Italiana ” fasc. III ,1976

3. La cappella oggi demolita sorgeva all’imbocco di via Carolina Spanna

da documenti d’archivio si apprende che:  “Doppo che d.o Sig. Colomba habbi detterminato construir tal edificio vicino il Palazzo da esso comprato in detto luogo e Cantone di San Vito dall’ Ill.mo Signor Valpergha, ove per puotersi fornire dell’acqua necessaria per tal Edificio, habbi  chiesto di puoter prendere l’acqua necessaria per introdurla e servirsene per far girare le ruote et ordegni di tal suo Edificio, nell’Alveo del Corno inferiore di detta Bealera circa per mira la Capella detta della Madonna Santissima delle grazie e passarla poi per li fossi di detta Comunità  a sue spese e costo

 

 

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